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politica interna
La permanenza dell'epiteto: da fascista a razzista senza passare dal via
27 gennaio 2009

Un tempo quando si voleva mettere una persona al muro e farla vergognare gli si dava del fascista. Su questo Pasolini ebbe una straordinaria polemica con Italo Calvino a proposito dei tre giovani assassini del Circeo che secondo lo scrittore friulano non potevano essere compresi e descritti nella loro efferatezza semplicemente dall’uso della parola fascisti. Eppure dare del fascista a qualcuno era come riassumerne in un istante mancanze, predisposizioni e perversioni. La sinistra politica e culturale ha speculato per decenni su questo epiteto spingendo verso una semplificazione infondata e torbida la vicenda di qualunque persona o corrente di pensiero ne mettesse in discussione l’ortodossia. Si tratta di un approccio dal sapore antico, inquisitorio, appreso dai comunisti durante le grandi purghe di Stalin. Tragedie storiche in cui furono eliminati con l’accusa di collusione con il fascismo ed il nazismo vecchi e gloriosi bolscevichi come Radek, Bucharin, Trotsky. Fascismo e comunismo sono ormai esperienze concluse e destinate agli archivi ma certi vizi di origine sembrano tuttora capaci di esprimere una inattesa vitalità. Nel vocabolario delle accuse e della criminalizzazione è salito al trono un nuovo epiteto: razzista. Secondo le norme del politicamente corretto è razzista chi si interroga sulla capacità di accoglienza di un paese rispetto all’immigrazione. E’ razzista chi riflette criticamente sulla fondatezza del multiculturalismo. E’ razzista chi esige legalità. E’ razzista chi pretende il rispetto delle regole, chi non apprezza il contagioso fiorire di moschee, chi mette in guardia dai rischi dell’islamismo, chi tra Israele ed Hamas sceglie Israele, chi non accetta più di ricondurre al malessere sociale e ai crimini consumistici dell’Occidente gli stupri, le violenze e le rapine. Concettualmente è razzista chi pensa che esistano razze biologicamente distinte e tra loro gerarchizzabili non chi reclama rispetto, legalità e reciprocità. L’epiteto ancora una volta crocifigge senza fondamento, senza connessione con la realtà, senza un nesso qualunque tra le parole e le cose. Detestare i rom in quanto rom è implicitamente razzista. Battersi per la chiusura dei campi non autorizzati è ricerca della legalità. Farlo intendere e capire è difficile ma è già liberatorio non sentirsi più in dovere di spiegare, giustificarsi e rintuzzare quando qualcuno utilizza l’epiteto per costringerci al falso regime della bontà e dei buoni sentimenti.




permalink | inviato da codadilupo il 27/1/2009 alle 18:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (21) | Versione per la stampa
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